Anna ha sconfitto l’anoressia. Anna sei tu.

Anna è la classica semplice ragazza che forse molti genitori vorrebbero. Una ragazza che fin da piccola non ha mai dato problemi ai suoi genitori: studiava volentieri, era sempre tra le prime della classe e brava nello sport.

Faceva qualche lavoretto quando non era impegnata con lo studio per non pesare troppo a casa, ubbidiva sempre alle regole stabilite dalla madre, con la quale viveva dopo la separazione dei suoi genitori, era molto affettuosa, socievole e ben voluta da tutti i suoi coetanei.

A 18 anni verso la fine del quinto anno di liceo, essendo in piena adolescenza, si ritrovò come tutte le ragazze della sua età, a doversi confrontare con il suo corpo che cambiava.

Fu per questo che avendo qualche chiletto di troppo, chiese alla madre se poteva andare da una dietologa. La mamma sminuendo la sua richiesta, le disse che non serviva, perché non ne aveva bisogno.

Le sue amiche avevano cominciato a stare attente alla linea e a seguire delle diete sostenute dalle loro madri, mentre la sua le continuava a riempire casa di tutto ciò che a lei piaceva di più e a cui faceva fatica a rinunciare: “Quasi, quasi sembra me lo faccia a posta. Invece di aiutarmi sembra mi voglia rendere tutto più difficile” pensava Anna.

E così inizio tutto!

Anna cominciò progressivamente a saltare tutti gli spuntini in cui la madre non poteva controllarla. Cominciò saltando la merenda della mattina a scuola e poi quella del pomeriggio.

Con scuse banali cominciò a dire alla madre che non faceva colazione a casa e preferiva farla quando arrivava a scuola.
Cominciò a saltare anche il pranzo, quando le capitava di stare sola perché la madre lavorava o perché tornata da scuola andava subito a danza.

Senza quasi accorgersene, alcuni giorni Anna mangiava solo a cena, l’unico pasto che non poteva saltare perché non le capitava mai di stare sola, a meno che non uscisse con gli amici e in quei casi allora non mangiava quasi niente.

Sminuzzava in pezzi piccolissimi ciò che mangiava molto ma molto lentamente. Si ritrovò ad aver imparato a memoria le calorie di tutti gli alimenti e a portarsi sempre dietro la tabella su cui erano scritti come se la rassicurasse. Collezionava ricette e le piaceva cucinare per gli altri, era sempre disponibile qualsiasi cosa le si chiedesse, non diceva mai di “no” a nessuno.

Nel frattempo Anna inizio l’università che le rendeva ancora più semplice saltare i pasti, tenendola quasi tutto il giorno fuori casa. Lasciò la danza a cui non riusciva più ad andare e si iscrisse in palestra che poteva frequentare quando voleva, iniziando a partecipare a tutte quelle attività che le facevano bruciare più calorie.

Nel frattempo il peso scendeva e l’umore di Anna saliva!

La perdita di peso la incentivava a continuare, a tal punto che con vari sotterfugi spesso era arrivata a saltare anche la cena.
C’erano giorni in cui riusciva a farsi bastare una sola pesca-noce, mezza la mattina e mezza il pomeriggio. L’assaporava lentamente e a piccoli morsi, sembrandole la cosa più buona del mondo.

Era sempre pallida, dormiva e mangiava pochissimo, ma riusciva comunque ad avere energia per fare tutto.

La sua aspirazione ad essere perfetta la portava ad avere successo negli studi, nello sport e tra i coetanei, che ad un primo sguardo non si rendevano conto della sua anoressia, notavano solo fosse molto magra.

Sempre precisa nel vestire e molto curata nell’aspetto. Nascondeva però in modo astuto il fatto che stava morendo di fame, che riduceva la sua alimentazione sempre di più, che conteggiasse le calorie in modo compulsivo e che avesse sempre un freddo tremendo.

Nonostante tutto, Anna si sentiva veramente bene, si sentiva forte per riuscire a resistere allo stimolo della fame per così tanto tempo e questo la rendeva felice.

Non poteva dirsi lo stesso dei suoi familiari e soprattutto dei suoi genitori, che invece erano disperati e preoccupati, vedendo che continuava a dimagrire e non sapevano che fare.

Era diventata magrissima, scavata nel viso, il seno e le sue curve ormai non si vedevano più e anche il suo ciclo ormai era sparito da quasi un anno. Biondina con i capelli a caschetto, il fisico minuto e quel visetto indifeso e sempre pallido, la pelle chiarissima… si, ormai sembrava proprio una bambina.

Ma a lei andava bene così!

Le persone iniziarono a trattarla come una malata e lei cominciò a diventare infelice, il loro atteggiamento la innervosiva e rattristava contemporaneamente. Cominciò a diventare meno socievole e apparentemente meno affettuosa, non riusciva più ad abbracciare le persone a cui teneva, appariva fredda, chiusa, distante da chiunque, nonostante invece, avesse un bisogno assurdo di protezione e soprattutto di affetto.

Il dolore che Anna stava provocando nei suoi genitori, nonostante forse quello che lei stessa tratteneva dentro fosse anche più grande, la spinse comunque a soffermarsi su di sé per cercare di comprendere quello che le stava accadendo.

Lei voleva perdere solo quei chiletti di troppo, il fatto che continuasse a ridurre la sua alimentazione sempre di più, che cercasse di raggiungere un peso sempre più basso attraverso digiuni o farmaci che toglievano la fame, che conteggiasse le calorie in modo compulsivo e che si sfiancasse di sport per cercare di bruciarle, sono tutte cose avvenute senza che lei quasi se ne accorgesse.

Non sapeva di preciso cosa le stesse accadendo, ma si rese conto che c’era qualcosa che non andava e doveva prendere provvedimenti.

Così dopo una lunga chiacchierata con la mamma, decise di andare dal suo medico che le consigliò di contattare uno psicoterapeuta che si occupava del trattamento dei disturbi alimentari, essendo il suo un classico caso di Anoressia Nervosa.

Fu così che io ebbi il piacere di conoscere Anna ed i suoi genitori.

Gli spiegai cosa stava accadendo a Anna, offrendogli informazioni in merito al disturbo alimentare che ormai sembrasse presentare da parecchio tempo e sul tipo di trattamento più indicato, e insieme decidemmo di iniziare questo percorso.

Quella più titubante ovviamente era Anna, ma fin dal primo incontro tra noi ci fu subito sintonia che la porto velocemente a fidarsi di me.

Mi disse che sapeva di dover risolvere il suo problema ma nello stesso tempo aveva paura.

Paura di riprendere peso?

Non solo, sapeva che il suo peso ormai fosse troppo basso e che qualche chilo in più non le avrebbe fatto male. La sua preoccupazione principale, infatti, era legata fondamentalmente alla paura di perdere il controllo: “Se perdo il controllo sul cibo, perderò il controllo anche su ciò che mi circonda? Su ciò che amo?”

E fu così, che accogliendo le sue paure, le sue fragilità, i suoi bisogni ma soprattutto le sue risorse che cominciammo a lavorare insieme arrivando al traguardo prima solo sognato.

Anna oggi è una ragazza sana e felice che ha fatto pace con il cibo, ritrovando nel gusto di mangiare la sana gioia di condividere la tavola con le persone a cui vuole bene.

Viviamo insieme eppure sono solo

A volte le storie d’amore finiscono, ma nessuno dei due ha il coraggio o la voglia di ammetterlo, sia a se stesso che all’altro.

Spesso vi ritrovate a trascinare la vostra storia per mesi o addirittura anni, come fosse un corpo inerte, che senza energie e voglia di vivere si trascina pesante nel tempo, e questo non porta altro che a renderti profondamente triste, infelice ma soprattutto solo

Pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto, magari anche con i vostri figli, la casa ti sembra vuota, c’è soltanto il rumore del silenzio a farti compagnia.

Vi salutate appena, tra voi non c’è più alcun gesto affettuoso, nessuno sguardo, le poche parole che vi scambiate quasi per sbaglio a testa bassa, sono sempre dette con tono freddo e distaccato.

Sembrereste quasi due sconosciuti… se non ci fossero i vostri figli a ricordarvi che siete tutt’altro!

Immagino che non abbiate mollato tutto al primo problema sorto, e che più di una ferita avrete provato a medicare, ma forse non è stato sufficiente. Ci sono ferite troppo gravi da poter curare e spaccature così profonde che a volte non possono essere riparate in nessun modo.

Sono queste che dovrebbero farti capire che forse è arrivato il momento di smettere di remare senza una meta, posare i remi come forse avrai già fatto e però poi abbandonare la barca per evitare di affondarvi insieme.

Ma allora è davvero finita? Che dirti!

Non posso risponderti con certezza non conoscendovi come coppia, ma sicuramente la cosa che puoi fare è quella di provare ad analizzare la vostra situazione, cercare di capire a che punto siete arrivati, mettere sulla bilancia quello che ancora funziona nella vostra coppia, nella vostra famiglia e quello che invece non sta più funzionando, cercando così di capire se magari da soli o con un aiuto esterno potete ripararlo e magari far funzionare la vostra relazione addirittura meglio di prima.

Per fare questo primissimo bilancio iniziale, prova a porti qualche domanda.

Ovviamente ogni relazione è diversa dalle altre, e non potranno essere poche risposte a poter dare una sentenza definitiva al vostro rapporto.

Sicuramente però potranno aiutarti a capire se dovete iniziare a fare qualcosa, per recuperare te stesso e la relazione che forse non c’è quasi più o addirittura potrebbe non esserci mai stata.

Non scorderò mai le parole di una mia paziente alla fine del percorso: “E’ come se per la prima volta fossimo veramente una coppia, da una parte mi rattrista perché vuol dire che per 10 anni abbiamo solo creduto di esserlo, dall’altra mi rende terribilmente felice!”… sarà per questo che il marito le ha rinnovato la proposta di matrimonio dopo 10 anni che già erano sposati.

Leggi qui di seguito alcune delle domande che ho selezionato, le più indicative secondo me, nell’evidenziare se una relazione sta affondando. Magari possono darti una mano a capire se è ora di attivarsi e prendere provvedimenti prima che sia troppo tardi:

  • Ti senti freddo e distante dal partner e agisci esclusivamente in maniera meccanica o per abitudine?
  • Non hai più piacere a fare l’amore con il tuo partner e non sopporti addirittura il suo odore?
  • Non sopporti più quei suoi difetti che prima abbozzavi quasi volentieri?
  • L’idea di stare insieme al partner ti scoraggia, mentre quella di trascorrere del tempo da solo ti carica positivamente?

Allora come è andata?

Ovviamente queste sono solo alcune delle tante domande che ci si possono porre, ma sicuramente avrai già iniziato a farti un’idea.
D’altronde come scriveva lo scrittore Roberto Gervaso: “È più facile capire quando l’amore comincia che quando finisce”.

L’amore non muore mai da solo.

Muore perché forse non siamo stati in grado di alimentare la sua sorgente di energia.

Muore per gli errori commessi, per i tradimenti compiuti, per le ferite procurate e ricevute.

Muore per stanchezza, per noia, muore perché logorato da situazioni che vanno avanti da anni deteriorando sempre di più la coppia.

L’amore può finire per un motivo ben preciso o può semplicemente affievolirsi nel tempo perché non è sufficientemente alimentato, ma qualsiasi sia il motivo, quando finisce lascia al suo posto un grande vuoto tormentato dai ricordi di ciò che si è fatto insieme, dalla malinconia di come si stava bene un tempo, dal dolore di quanto si è perso e dal rammarico per non avere più la certezza di poter riavere tutto ciò che si è costruito insieme.

Accorgersi e rendersi conto di tutto questo è però essenziale per poter prendere una decisione, indipendentemente che sia nella direzione di ricominciare insieme con nuovi presupposti o di proseguire per strade separate riappropriandosi della propria identità persa in una relazione che non c’era più.

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